11/09/2009

OMBRE DEL PASSATO

Cap. 5

 

Il vicoletto ci portò ad una larga strada, che secondo le indicazioni aveva il nome di “Washington Street”. Anche qui regnavano il silenzio e la più assoluta desolazione. Lo scenario sembrava fosse stato creato appositamente per le fotografie dei turisti che venivano a visitare la città, immortalando ogni cosa in uno stato di eterna e indissolubile immobilità che non risentiva né dello trascorrere del tempo, né del passaggio della gente.

Mi guardai in giro per cercare di orientarmi. Decisi di camminare un po’ nei dintorni per esplorare la nuova area urbana, con Cybil che mi seguiva a poca distanza con la pistola in mano, per non trovarsi impreparata ad un eventuale attacco. Non mi parve una cattiva idea e così la imitai prendendo anch’io la mia pistola.

Ci aggiravamo guardinghi, con i sensi sul chi vive. Oltrepassammo quello che una volta doveva essere un cinema affollato e, proseguendo lungo la strada in linea retta, incontrammo una piccola chiesa che dall’aspetto semplice, ma imponente, doveva appartenere pressappoco alla fine del XIX secolo.

Una targa dorata affissa al portone del sacro edificio catturò immediatamente la mia attenzione. Le parole, incise in un carattere gotico e in corsivo, dicevano: “S. Catherine’s Church”.

Lo sapevo che poteva non aver nessun senso, ma per la mia mente il nome di quella chiesa non poteva essere semplicemente una casualità priva di significato. Catherine era mia moglie, Cheryl mi aveva indicato quel vicolo con uno scopo, ne ero sicuro, e mi aveva fatto arrivare fin qui, fino a questa chiesa che portava il nome di sua madre.

Non potevo far finta di niente.

Espressi i miei pensieri a Cybil, che al momento, come già avevo previsto, si risultò scettica e aveva sicuramente le sue buone ragioni. I miei erano fondamenti che camminavano sul filo di un rasoio, e il minimo soffio di vento li avrebbe fatti cadere senza nessuna speranza. Ma io dovevo provare. Come precedentemente avevo detto a Cybil, non si poteva sapere qual’era il confine del vero e del falso, del reale e del non reale, del possibile e dell’impossibile. L’unico modo per conoscere era provare, provare e ancora provare. Sempre se ci fosse stata sempre un’altra possibilità per farlo. Morire provandoci era l’unico, insignificante, piccolissimo rischio della questione.

Tentai di aprire il portone per entrare, ma era inesorabilmente chiuso a chiave. Effettivamente era uno dei pochi, se non l’unico edificio sprangato di Silent Hill che avessimo visto sinora.

Girai attorno l’edificio per trovare una porta secondaria, ma l’unica cosa che incontrai fu un cimitero.

Bella ironia. Una città deserta, i quali unici abitanti presenti erano morti.

Sentii i passi di Cybil che mi raggiungevano.

<< Harry, non c’è niente qui. Non perdiamo tempo, su andiamo. Magari Cheryl voleva indicarti un altro luogo. >>

<< Un attimo Cybil, voglio dare un’occhiata. Un minuto solo, promesso. >>

<< Bada, un minuto. Poi io me ne vado da sola. E poi non è allegro stare in un cimitero di una città deserta, nella quale gironzolano mostri di tutti i tipi. Già mi fanno impressione i cimiteri delle normali cittadine, figurarsi qui. Con tutti i posti che ci sono. Muoviti, per favore. >>

Il luogo era piccolo, probabilmente era il cimitero del quartiere circostante. L’insieme delle file delle tombe formava un grande rettangolo, nel quale, ad ognuno dei quattro angoli, c’era un’imponente tomba di famiglia che troneggiava sulle altre.

L’erba era ordinata e tagliata da poco, e le lapidi erano pulite e ben curate.

Camminai a zig zag tra i vari sepolcri, quando su una lapide lessi il nome di Dahlia Gillespie.

Lì per lì non ebbi reazioni particolari, anzi, stavo per allontanarmi e raggiungere Cybil che mi aspettava. Pensai solo: << E’ morta la pazza. Un sollievo per tutti. >>

E il suo volto cominciò pian piano a materializzarsi nella mia mente.

Chi non se la ricordava quella? Era stata a capo di una delle sette di Silent Hill, la Setta delle Sante Donne, che adorava il culto della Sacra Madre e i quali fedeli, tutti rigorosamente di sesso femminile, commettevano atrocità ignobili.

Era tutta colpa di quelle donne fanatiche se ero venuto in questa malaugurata città cinque anni fa e avevo perduto la mia bambina. Per colpa dei loro dèi e delle loro insane credenze ero quasi morto e avevo perso la ragione. Per colpa loro chissà quante fanciulle innocenti, ritenute la Sacra Madre che porta in grembo quel depravato del loro Dio, erano state bruciate vive per il folle scopo di riportarlo alla vita. La Gillespie non aveva esitato un attimo a offrire in sacrificio la sua piccola Alessa.

Alessa.

Non dimenticherò mai e poi mai le immagini che avevo visto su quel VHS nei sotterranei dell’Alchemilla Hospital. Le piaghe in tutto il corpo, le vesciche, la carne chiara e splendidamente tenera di bambina ridotta ad una sottospecie di massa informe e orrendamente mostruosa, i gemiti di dolore, il pianto disperato, l’odio.

Odio che aveva covato nel suo ingenuo e puro cuore di infante un demone, del quale mia figlia faceva parte.

Alessa era Cheryl.

Cheryl era Alessa.

L’altra metà mancante del loro inumano e perfido Dio era mia figlia. Una bambina generata da un’altra bambina. Un abominio nato contro natura per colpa della mente inferma di un gruppo di pervertite e depravate fanatiche religiose, che non esitarono a far uso di droghe, come la White Claudia (o Claudia Bianca) che somministravano anche alle loro pupille per accentuare i loro poteri divini.

Fu poi così che la droga si diffuse nella cittadina. E fu a causa della dipendenza che l’infermiera Lisa Garland morì nel modo orribile che avevo ricordato a Cybil mentre eravamo al Cafè.

Per colpa loro una città era morta, per colpa loro persone innocenti erano ora sepolte in un misero cimitero.

Città assassina e allo stesso tempo assassinata.

Era questa la Silent Hill che io e Cybil avevamo conosciuto.

Tutti questi pensieri mi affollarono la mente e, proprio quando avevo creduto di essere rimasto indifferente davanti a quella tomba, una rabbia improvvisa e latente mi conquistò spingendomi ad imprecare e a prendere ripetutamente a calci la lapide.

Non volevo fermarmi, ogni mio muscolo era teso come una corda di violino e l’agitazione mi provocò tremori diffusi in tutti gli arti.

<< Harry, che ti succede? Fermati, calmati!!! >>

Cybil mi aveva preso le braccia e cercava di bloccarmele per calmarmi, ma io le risposi divincolandomi come una serpe e intanto davo calci, facendomi pure male ai piedi, alla tomba.

<< Harry, basta! Per l’amor di Dio, fermati!!! >>

Cybil mi strinse ancora più forte per tenermi fermo e, ormai esausto, cominciai a riacquistare un po’ di calma.

Assicuratasi che la crisi era passata, la poliziotta mi lasciò libero dalla sua stretta e mi fece sedere su una panchina lì accanto.

<< Si può sapere che ti è successo? Sembravi indemoniato… >>

La voce di Cybil era pacata, ma il tono tradiva un pizzico di paura.

<< Quella tomba… quella che ho preso a calci… appartiene a Dahlia Gillespie. Te la ricordi Cybil? >>

Cercai di avere il tono più calmo possibile, in modo tale da non suscitare equivoci dubbi sulla mia sanità mentale.

<< E chi se la dimentica quella stronza fuori di testa? >>

Anche Cybil ce l’aveva con lei e questo mi rincuorò non poco.

<< Mi sono ricordato di lei e di tutte le atrocità della setta alla quale faceva parte. E’ stata tutta colpa sua se le cose sono andate come sono andate quella volta. Mi è montata la rabbia e sono scattato. Tutto qui. << Ah, bhè. Ti capisco. Mi hai spaventato al momento, perché credevo ti fosse successo qualcosa di grave. La prossima volta cerca di tirare pugni a chi ti vuole aiutare però. A proposito, complimenti, hai un bel destro. >> mi disse lei sorridendomi.

Solo adesso notai la guancia sinistra di Cybil leggermente arrossata rispetto all’altra.

<< Scusami. Porca miseria, ti ho fatto tanto male? Deve essere stato quando ho tentato di liberarmi dalle tue braccia. Non me ne sono reso conto. Non volevo. >>

<< No problem Mike Thyson. Ora andiamocene da qui Harry. Non mi piace. >>

<< Eppure… ho un dubbio. Aspettami qui Cybil, arrivo subito. >>

<< Ma, Harry… torna qui. Io me ne vado se non torni indietro subito! >> mi urlò Cybil.

Io, nel frattempo, ero già arrivato davanti la tomba della Gillespie.


Continua...

14:17 Scritto da: greensleeves86 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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