04/01/2010

Beviamoci su!

Beviamoci su!

 

Segui quel sentiero d’argento,

ignoto ed irreale,

effimero e seducente

che la luna piena ha disegnato per te.

L’oscurità nasconde e protegge,

vai veliero vai,

solcando le acque più profonde

verso una meta che non c’è, ma che solo tu vedi.

Dal ponte si levano canti e grida d’allegria,

bottiglie di rum levate al cielo

e il profumo di vittoria si mescola nel sottile velo di foschia,

che l’aria pervade.

Un pirata viene avanti con passo incerto,

si sistema nobilmente i baffi d’ebano,

che nascondono misteriosamente le labbra dischiuse

in un ghigno soddisfatto e malizioso.

Entra in cabina ,

si leva il largo cappello corvino rifinito ottimamente.

Un vecchio baule di scuro legno lo osserva,

diritto negli occhi lo guarda …

le pupille dell’uomo brillano,

riflettono monete d’oro e pietre preziose.

A qualche nazione quel tesoro apparteneva,

ora è nelle mani di colui che

il mare ha come unica patria e,

come unico Dio venera la libertà.

S’alza dalla sedia il pirata,

apre il cassetto che cela la mappa;

maneggia il foglio così delicatamente,

proprio come si fa con il corpo immacolato di una donna.

Sfiora quella X con le dita,

rossa e pulsante com’è.

Il sangue gli ribolle nelle vene,

la mente freme per il piacere.

Lui esce di corsa sul ponte

a gran voce tutti i suoi filibustieri chiama,

quasi tutti sono oramai addormentati

ubriachi di rum e dei piaceri della vita.

Ma subito si destano per il loro capitano,

odorando nel vento portato dalle onde l’avventura.

“Avanti tutta! Spiegate le vele figli di un cane!”

A quell’ordine impossibile è non obbedire;

come è vero che la morte non si può evitare

per un pirata non c’è altro da fare.

Vai veliero, vai

segui il sentiero d’argento,

mille diamanti laggiù

sanno quello che sei …

S’alza il vento a prua,

accarezza la dura pelle arsa dal sole;

Guarda verso l’orizzonte sconfinato il capitano,

si sistema il cappello sul capo e,con maestria,

il tappo della bottiglia gira:

“Yoho, beviamoci su!”

 

by Cuddy86

11:04 Scritto da: greensleeves86 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

11/09/2009

OMBRE DEL PASSATO

Cap. 5

 

Il vicoletto ci portò ad una larga strada, che secondo le indicazioni aveva il nome di “Washington Street”. Anche qui regnavano il silenzio e la più assoluta desolazione. Lo scenario sembrava fosse stato creato appositamente per le fotografie dei turisti che venivano a visitare la città, immortalando ogni cosa in uno stato di eterna e indissolubile immobilità che non risentiva né dello trascorrere del tempo, né del passaggio della gente.

Mi guardai in giro per cercare di orientarmi. Decisi di camminare un po’ nei dintorni per esplorare la nuova area urbana, con Cybil che mi seguiva a poca distanza con la pistola in mano, per non trovarsi impreparata ad un eventuale attacco. Non mi parve una cattiva idea e così la imitai prendendo anch’io la mia pistola.

Ci aggiravamo guardinghi, con i sensi sul chi vive. Oltrepassammo quello che una volta doveva essere un cinema affollato e, proseguendo lungo la strada in linea retta, incontrammo una piccola chiesa che dall’aspetto semplice, ma imponente, doveva appartenere pressappoco alla fine del XIX secolo.

Una targa dorata affissa al portone del sacro edificio catturò immediatamente la mia attenzione. Le parole, incise in un carattere gotico e in corsivo, dicevano: “S. Catherine’s Church”.

Lo sapevo che poteva non aver nessun senso, ma per la mia mente il nome di quella chiesa non poteva essere semplicemente una casualità priva di significato. Catherine era mia moglie, Cheryl mi aveva indicato quel vicolo con uno scopo, ne ero sicuro, e mi aveva fatto arrivare fin qui, fino a questa chiesa che portava il nome di sua madre.

Non potevo far finta di niente.

Espressi i miei pensieri a Cybil, che al momento, come già avevo previsto, si risultò scettica e aveva sicuramente le sue buone ragioni. I miei erano fondamenti che camminavano sul filo di un rasoio, e il minimo soffio di vento li avrebbe fatti cadere senza nessuna speranza. Ma io dovevo provare. Come precedentemente avevo detto a Cybil, non si poteva sapere qual’era il confine del vero e del falso, del reale e del non reale, del possibile e dell’impossibile. L’unico modo per conoscere era provare, provare e ancora provare. Sempre se ci fosse stata sempre un’altra possibilità per farlo. Morire provandoci era l’unico, insignificante, piccolissimo rischio della questione.

Tentai di aprire il portone per entrare, ma era inesorabilmente chiuso a chiave. Effettivamente era uno dei pochi, se non l’unico edificio sprangato di Silent Hill che avessimo visto sinora.

Girai attorno l’edificio per trovare una porta secondaria, ma l’unica cosa che incontrai fu un cimitero.

Bella ironia. Una città deserta, i quali unici abitanti presenti erano morti.

Sentii i passi di Cybil che mi raggiungevano.

<< Harry, non c’è niente qui. Non perdiamo tempo, su andiamo. Magari Cheryl voleva indicarti un altro luogo. >>

<< Un attimo Cybil, voglio dare un’occhiata. Un minuto solo, promesso. >>

<< Bada, un minuto. Poi io me ne vado da sola. E poi non è allegro stare in un cimitero di una città deserta, nella quale gironzolano mostri di tutti i tipi. Già mi fanno impressione i cimiteri delle normali cittadine, figurarsi qui. Con tutti i posti che ci sono. Muoviti, per favore. >>

Il luogo era piccolo, probabilmente era il cimitero del quartiere circostante. L’insieme delle file delle tombe formava un grande rettangolo, nel quale, ad ognuno dei quattro angoli, c’era un’imponente tomba di famiglia che troneggiava sulle altre.

L’erba era ordinata e tagliata da poco, e le lapidi erano pulite e ben curate.

Camminai a zig zag tra i vari sepolcri, quando su una lapide lessi il nome di Dahlia Gillespie.

Lì per lì non ebbi reazioni particolari, anzi, stavo per allontanarmi e raggiungere Cybil che mi aspettava. Pensai solo: << E’ morta la pazza. Un sollievo per tutti. >>

E il suo volto cominciò pian piano a materializzarsi nella mia mente.

Chi non se la ricordava quella? Era stata a capo di una delle sette di Silent Hill, la Setta delle Sante Donne, che adorava il culto della Sacra Madre e i quali fedeli, tutti rigorosamente di sesso femminile, commettevano atrocità ignobili.

Era tutta colpa di quelle donne fanatiche se ero venuto in questa malaugurata città cinque anni fa e avevo perduto la mia bambina. Per colpa dei loro dèi e delle loro insane credenze ero quasi morto e avevo perso la ragione. Per colpa loro chissà quante fanciulle innocenti, ritenute la Sacra Madre che porta in grembo quel depravato del loro Dio, erano state bruciate vive per il folle scopo di riportarlo alla vita. La Gillespie non aveva esitato un attimo a offrire in sacrificio la sua piccola Alessa.

Alessa.

Non dimenticherò mai e poi mai le immagini che avevo visto su quel VHS nei sotterranei dell’Alchemilla Hospital. Le piaghe in tutto il corpo, le vesciche, la carne chiara e splendidamente tenera di bambina ridotta ad una sottospecie di massa informe e orrendamente mostruosa, i gemiti di dolore, il pianto disperato, l’odio.

Odio che aveva covato nel suo ingenuo e puro cuore di infante un demone, del quale mia figlia faceva parte.

Alessa era Cheryl.

Cheryl era Alessa.

L’altra metà mancante del loro inumano e perfido Dio era mia figlia. Una bambina generata da un’altra bambina. Un abominio nato contro natura per colpa della mente inferma di un gruppo di pervertite e depravate fanatiche religiose, che non esitarono a far uso di droghe, come la White Claudia (o Claudia Bianca) che somministravano anche alle loro pupille per accentuare i loro poteri divini.

Fu poi così che la droga si diffuse nella cittadina. E fu a causa della dipendenza che l’infermiera Lisa Garland morì nel modo orribile che avevo ricordato a Cybil mentre eravamo al Cafè.

Per colpa loro una città era morta, per colpa loro persone innocenti erano ora sepolte in un misero cimitero.

Città assassina e allo stesso tempo assassinata.

Era questa la Silent Hill che io e Cybil avevamo conosciuto.

Tutti questi pensieri mi affollarono la mente e, proprio quando avevo creduto di essere rimasto indifferente davanti a quella tomba, una rabbia improvvisa e latente mi conquistò spingendomi ad imprecare e a prendere ripetutamente a calci la lapide.

Non volevo fermarmi, ogni mio muscolo era teso come una corda di violino e l’agitazione mi provocò tremori diffusi in tutti gli arti.

<< Harry, che ti succede? Fermati, calmati!!! >>

Cybil mi aveva preso le braccia e cercava di bloccarmele per calmarmi, ma io le risposi divincolandomi come una serpe e intanto davo calci, facendomi pure male ai piedi, alla tomba.

<< Harry, basta! Per l’amor di Dio, fermati!!! >>

Cybil mi strinse ancora più forte per tenermi fermo e, ormai esausto, cominciai a riacquistare un po’ di calma.

Assicuratasi che la crisi era passata, la poliziotta mi lasciò libero dalla sua stretta e mi fece sedere su una panchina lì accanto.

<< Si può sapere che ti è successo? Sembravi indemoniato… >>

La voce di Cybil era pacata, ma il tono tradiva un pizzico di paura.

<< Quella tomba… quella che ho preso a calci… appartiene a Dahlia Gillespie. Te la ricordi Cybil? >>

Cercai di avere il tono più calmo possibile, in modo tale da non suscitare equivoci dubbi sulla mia sanità mentale.

<< E chi se la dimentica quella stronza fuori di testa? >>

Anche Cybil ce l’aveva con lei e questo mi rincuorò non poco.

<< Mi sono ricordato di lei e di tutte le atrocità della setta alla quale faceva parte. E’ stata tutta colpa sua se le cose sono andate come sono andate quella volta. Mi è montata la rabbia e sono scattato. Tutto qui. << Ah, bhè. Ti capisco. Mi hai spaventato al momento, perché credevo ti fosse successo qualcosa di grave. La prossima volta cerca di tirare pugni a chi ti vuole aiutare però. A proposito, complimenti, hai un bel destro. >> mi disse lei sorridendomi.

Solo adesso notai la guancia sinistra di Cybil leggermente arrossata rispetto all’altra.

<< Scusami. Porca miseria, ti ho fatto tanto male? Deve essere stato quando ho tentato di liberarmi dalle tue braccia. Non me ne sono reso conto. Non volevo. >>

<< No problem Mike Thyson. Ora andiamocene da qui Harry. Non mi piace. >>

<< Eppure… ho un dubbio. Aspettami qui Cybil, arrivo subito. >>

<< Ma, Harry… torna qui. Io me ne vado se non torni indietro subito! >> mi urlò Cybil.

Io, nel frattempo, ero già arrivato davanti la tomba della Gillespie.


Continua...

14:17 Scritto da: greensleeves86 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

09/09/2009

SILENT HILL CONTINUA...

. Non so dire se era semplicemente ripugnante o se mi faceva pena.

All’improvviso dalle dita delle sue mani, al posto delle unghie, uscirono tanti piccoli artigli. Mi attaccò con una velocità impressionante, e scoprii che quegli artigli erano affilati come la lama di un bisturi. Mi procurarono dei profondi graffi sull’avambraccio destro, che cominciò a sanguinare copiosamente. Cybil sparò due colpi di fila e io la imitai. Uno centrò la fronte del mostriciattolo e questo cadde a terra inerte.

Rimanemmo immobili per qualche secondo a fissare quella deformità, quando Cybil ruppe il silenzio.

<< come hai potuto capire anche tu, quel liquido ha fatto effetto. La gente deve essere scappata subito dopo. Non so quanto sono stata svenuta, so solo che ho raggiunto la mia motocicletta per andarmene, ma non riuscita ad uscire dalla città. Tutte le strade che portano fuori sono distrutte. >>

<< ma io sono venuto dall’autostrada. La mia auto è parcheggiata davanti il cartello di benvenuto. C’è il modo per uscire … >>

<< tu credi che non sia passata per di là? E’ tutto interrotto Harry! Non l’hai ancora capito? Qualcuno o qualcosa ha voluto che tornassimo qui e che ci incontrassimo. E ti dirò di più. Quando sono caduta dalle scale, sono convinta che non sia stato un mio errore. Mi è parso di vedere sopra di me il volto di quell’infermiera che sorrideva prima che io perdessi i sensi >>

<< pensi ti abbia fatto cadere lei? Può essere un’ipotesi … e il medaglione? >>

<< come ti stavo spiegando, stavo correndo lungo la strada per raggiungere la mia moto, quando sono letteralmente inciampata su quella collana. Ho provato una strana sensazione quando l’ho vista … come se la conoscessi già. Bhè insomma l’ho raccolta, e prendendola in mano ho toccato la pietra incastonata. All’improvviso l’oggetto ha cominciato ad emanare una luce strana. Ho chiuso gli occhi per un attimo e mi è apparso nitido il tuo volto. Quando li ho riaperti il ciondolo era sparito. Non sono stata  lì a pensarci più di tanto. Ho solo pensato: “ci mancava anche questa”. Ero terrorizzata, volevo solo andarmene. >>

<< non hai notato una targhetta sul ciondolo? >>

<< quale targhetta? >>

<< questa >> e feci vedere a Cybil il piccolo listello di legno.

<< ma … è di tua figlia!!! Ma come … non può essere … insomma … >>

<< è morta. Lo so, lo so … ma come vedi questo messaggio dice il contrario! In qualche modo quel medaglione doveva averlo lei, poi è arrivato a te e infine a me tramite una mia amica. Sembra tutto collegato. >>

<< io non sapevo se dovesse arrivare a te. Solo quando mi sono rifugiata qui ci ho riflettuto, e mi sono resa conto che in cuor mio lo sapevo con certezza. Forse non l’ho premuta per sbaglio quella pietra. È stato tutto così naturale, ma non a caso.  Anche il fatto di venir qui non è stato casuale. Ho scelto il posto più ovvio, dove ci siamo incontrati la prima volta. Sapevo in fondo che saresti arrivato prima o poi >>

<< sì, è successo anche a me. Prima di arrivare qui stavo guardando la mappa della città e mi sono improvvisamente ricordato di te. Anzi, era come se mi stessi chiamando. Poi la targhetta mi ha fatto ricordare questa strada e il bar e tutto il resto. Ero quasi certo di trovarti qui. Ho avuto anch’io una visione  >>

<< bhè, eccoci qui. Che si fa ora? >> disse la poliziotta con un mezzo sorriso.

<< si ricomincia da capo >> dissi io ricambiando con un sorriso ancora più evidente.

Nessuno dei due aveva il coraggio di ammettere che la cosa ci eccitava e ci faceva sentire vivi per quanto dolorosa e pericolosa fosse. Era la stessa sensazione che avevo provato prima quando ero giunto al bar. Paura e eccitazione … dolore e piacere … dove era il confine? Mi sentivo un folle. Che tutto ciò fosse malvagio? Mi scagionai da tali congetture pensando alla contentezza di aver rivisto Cybil e di non essere solo. Avevo vicino l’unica persona che poteva capirmi completamente, e i precedenti sfoghi di entrambi potevano solo che fare bene.

<< bentornato a Silent Hill, Harry Mason >> disse Cybil sottovoce.

<< bentornata a Silent Hill Cybil Bennett >> risposi io.

Ci guardammo fissi negli occhi, persi nei nostri stessi sguardi pieni di preoccupazioni e di paure. Senza fiatare, ci demmo la mano per presentarci come avevamo fatto cinque anni fa. E come cinque anni fa, eravamo io e lei in quel bar, in quella città sacrilega. Ma perché proprio noi?

C’erano due cose che mi premevano in quel momento: una era ritrovare assolutamente mia figlia, la seconda era proteggere Cybil e farla uscire viva da quel posto. E purtroppo, le due cose non andavano molto d’accordo.

 

Cap. 4

 

<< sei proprio convinto di ritrovare tua figlia allora? >> disse Cybil.

Eravamo usciti dal bar, immergendoci in un nuovo giorno. Avevamo deciso di passare la notte nel cafè riposandoci sui divanetti e per maggiore sicurezza avevamo montato la guardia a turno, ogni tre ore. Cybil mi aveva curato alla meno peggio le ferite al braccio, fasciandolo con alcune bende trovate in una cassettina del pronto soccorso che di solito teneva dentro il sellino della moto e che si era portata dietro molto previdentemente. Tutto sommato la notte era trascorsa tranquilla, senza particolari visite indesiderate.

C’era una leggera foschia che velava l’atmosfera e l’aria pesante e umida preannunziava pioggia. I lampioni erano ancora accesi, alcuni funzionavano ad intermittenza e creavano un effetto particolare e psichedelico. Quasi ipnotico. Guardai l’orologio. Erano solo le 7.00 del mattino. Guardai Cybil e mi ricordai che mi aveva rivolto una domanda.

<< sì, certo. Non posso mica lasciarla qui, da sola, con quei mostri in giro … >> feci una pausa << la mia piccola Cheryl >>

<< Harry, non voglio essere indelicata, ma … sei sicuro che sia proprio la tua Cheryl? Cioè … sei veramente convinto che sia ancora viva? Quel messaggio potrebbe essere un falso >>

<< certo, ma anche tutto questo può essere un brutto sogno … reale o non reale non ha più importanza. Non c’è più un criterio razionale di misura Cybil dal momento che siamo qui >>

<< credo di capire … e in qualsiasi caso dobbiamo comunque trovare un modo per uscire da qui. Tanto vale esplorare un po’ in giro >>

<< Infatti. Oramai siamo in ballo e dobbiamo ballare >>

Mi avvicinai al cartello che portava l’indicazione del nome della strada e istantaneamente mi ricordai della precedente visione che mi aveva condotto qui. Mi voltai di scatto e vidi l’entrata dello stretto vicolo che affiancava sulla sinistra il bar dal quale eravamo appena usciti.

<< di qua Cybil >> esclamai strattonandola per un braccio.

Lei mi guardò con aria interrogativa e si bloccò in cerca di risposte.

<< scusami. Sai quando ti ho detto che ho avuto anch’io una visione che mi portato al bar? Bhè, in quella visione ho visto anche questo vicolo. Nella targhetta che mi ha lasciato Cheryl l’indicazione dice: “Bachman South Road” e sono sicuro che è questa la strada, o quantomeno la direzione giusta da prendere >>

Cybil non proferì parola, si limitò ad annuire facendomi intendere che credeva alle mie parole e che si fidava di me.

Entrammo nel vicolo e mi guardai intorno per cercare qualche indicazione utile, mentre l’aria risuonava di un silenzio così silenzioso da mettere in fuga persino il più coraggioso degli spiriti.

Il passaggio era molto stretto. Mi ricordò subito una delle tante calli della suggestiva Venezia, città che avevo visitato con Catherine in occasione del nostro viaggio di nozze.

Tutto ad un tratto un bidone di latta appoggiato al muro del vicoletto si rovesciò, producendo un fracasso infernale che fece sussultare me e Cybil. In una frazione di secondo avevamo le pistole puntate in quella direzione. Qualcosa stava cercando di aprirsi una via d’uscita passando attraverso il coperchio, tutto ammaccato per l’impatto, che non si era levato del tutto dal bidone e lasciava un piccolo pertugio.

Cominciò pian piano a vedersi una cosa che somigliava molto ad una coda pelosa di colore grigio, poi due zampe che avanzavano indietreggiando ed infine l’intera figura uscì allo scoperto. Era un innocuo e normale gatto randagio che aveva rovistato nel bidone della spazzatura in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti e che era uscito all’indietro, trascinando con la bocca, un grosso avanzo di carne.

Inutile dire il sollievo di entrambi, io cercai anche di avvicinarmi al micio per accarezzarlo. Alla fine della fiera era l’unico essere vivente comune incontrato in quella città e provavo una sorta di fratellanza nei suoi confronti. Non mi sarebbe dispiaciuto se ci avesse seguito. Sentivo il bisogno di un qualche amico in più viste le condizioni mentali nelle quali mi trovavo (di certo non si potevano definire del tutto ‘razionali’) e mi stavo già, in un certo senso, affezionando.

Appena feci un passo verso di lui il gatto si bloccò di colpo, alzò la testa e mi guardò fisso negli occhi. Sembrava che si fosse accorto solo ora della nostra presenza.

Non fece nessun tipo di movimento quando mi avvicinai ulteriormente, si limitò a miagolare e notai che ora il suo sguardo era rivolto a Cybil. Il miagolio divenne sempre più frequente ed intenso, c’era qualcosa di strano che non riuscivo a spiegarmi. Il suono cominciò a martellarmi in testa come un nenia infantile, era insopportabile. Mi diressi senza indugi verso l’animale per tentare di calmarlo e di farlo star zitto, anche se ormai non era poi tanto sicuro che fosse un semplice gatto come l’apparenza dava a vedere.

Appena la mia mano sfiorò il suo pelo grigio, i suoi occhi divennero di un bianco luminoso, nel senso che emettevano una vera e propria luce, come fossero una torcia. Al posto delle pupille ora scintillavano due cerchi blu elettrico che avevano la consistenza del fumo, e come il fumo fluttuavano creando infinite figure. Mi scostai terrorizzato, e mi avvicinai a Cybil.

Mossa sbagliata. Il volto di Cybil era deformato nell’espressione animalesca di chi è impossessato da una folle rabbia omicida e i suoi occhi erano diventati identici a quelli del malefico gattino.

Non ebbi nemmeno il tempo di capire, che la poliziotta prese la pistola e me la puntò contro. Probabilmente qualcuno che abita lassù stava guardando proprio me in quel preciso istante e decise di darmi una mano. Riuscii a scansarmi appena in tempo per schivare il proiettile sparato dalla Beretta di Cybil e istintivamente mi gettai su di lei facendola cadere a terra, riuscendo così a gettare lontano la pistola.

Ma Cybil era straordinariamente dotata di una forza al di sopra delle sue normali capacità e, rannicchiate tutte e due le gambe a mò di leva, mi scaraventò letteralmente addosso ad un muro con un calcio, lasciandomi senza fiato per il colpo.

Capii che non potevo batterla a mani nude. Sembrava che lei agisse d’istinto, senza pensare, quindi dovevo combatterla usando qualcosa che dicono ci contraddistingua da tutti gli altri esseri viventi: l’intelletto.

Continuavo a sentire quell’incessante miagolio, che ora assomigliava più al suono di un’interferenza elettronica che a un verso animale.

Osservai il gatto e notai che era immobile e il suo sguardo era fisso su Cybil. Anche lei guardava lui. Erano vicini uno all’altro, di fronte a me.

La poliziotta nel frattempo aveva preso il coperchio del bidone di latta e stava correndo verso di me ad una velocità assurda; dovevo decidere in fretta se volevo salvare la pelle.

Presi la pistola e, prese a raccolta tutte le mie facoltà mentali, calcolai subitaneamente la traiettoria del proiettile per centrare quella specie di felino e non colpire Cybil che era quasi perfettamente in linea con lui e le faceva da scudo. Lui aveva calcolato anche questo.

A trenta centimetri da me, proprio nel momento in cui Cybil stava per colpirmi potentemente con il coperchio, sparai e, sempre grazie a qualcuno che continuava a sorvegliarmi, centrai il gatto proprio sulla fronte, lasciandolo stecchito. Cybil si fermò all’istante e cadde in ginocchio, esausta e confusa.

Alzò il viso verso di me. I suoi occhi erano del loro naturale colore azzurro mare e la rabbia era sparita dai lineamenti del suo volto. L’influsso del mostro felino era svanito con la sua morte.

Aiutai Cybil ad alzarsi, le misi il braccio attorno alla mia spalla e la sorressi per farle fare qualche passo.

<< Che cos’è successo? Ho un gran mal di testa e mi fanno male tutte le ossa, come mi avessero pestato… >>

 << Non ti ricordi nulla? Bhè quel caro e grazioso micetto che c’era nel vicolo ti deve aver soggiogato con non so quale tecnica e tu hai tentato di uccidermi. Comunque non c’è più pericolo, l’ho fatto fuori. >>

Le indicai il corpo inerte del gatto che giaceva sul vicolo vicino al bidone. Guardandolo ora, così, faceva pure pena. Per un attimo mi assalì un senso di colpa che mi fece montare la nausea. Non riuscivo a capacitarmi del fatto che un piccolo essere come quello potesse essere un’arma così letale.

<< Scusami Harry. Davvero, non so cosa dire… mi ricordo solamente un rumore incessante che mi rimbombava nella testa e poi una voce metallica che mi diceva, anzi mi imponeva, di attaccare. E’ stato come se fossi in un sogno. Mi sentivo un leone, forte e potente, piena di adrenalina che mi faceva agire. Agivo e basta. Ma io non potevo far nulla, mi sentivo lontana e impotente. Non ero in me. >> Lei si aggrappò con più forza a me e appoggiò la testa nascondendola nella mia spalla. Sentii il rumore di lievi singhiozzi. La strinsi a me.

<< Non devi preoccuparti Cybil, lo so che non eri in te. E’ stato lui, non tu. E meno male. Cioè, sai che per un attimo ho pensato anche che non fosse lui la causa, ma che fossi addirittura tu a controllare lui? Avevo paura che fossi anche tu una di loro… Poi, prima di sparare, ti ho guardato bene dritta negli occhi e ho rivisto la Cybil che conosco. Ti sei fermata per un attimo, hai esitato, anche se solo per un secondo.  Da lì ho capito che eri tu e che non volevi farmi del male… Più o meno insomma. >>

L’ultima frase la fece sorridere un poco e, con le guance rigate dalle lacrime, mi diede un veloce, ma tenero bacio sulla guancia, lasciandomi un delizioso calore sulle pelle.

<< Amici? >> mi disse.

<< Amici. Più di prima. >> risposi io.

<< Andiamo ora. E cerchiamo di stare attenti a chi incontriamo in futuro. Non fidiamoci delle apparenze. Qui anche un albero può essere pericoloso. >>

Si era ripresa e la sua voce aveva il tono severo e autoritario che si addiceva ad una persona che apparteneva alle forze dell’ordine.

<< Andiamo, forza. E stiamo vicini. >> replicai io, con un tono tutt’altro che imperioso. Ero esausto, e la tensione accumulata si stava riversando in ogni cellula del mio corpo.

Cybil comprese tacitamente il mio stato d’animo e mi rincuorò con una semplice frase:

<< Dai, forza. Tua figlia ti sta aspettando Harry. >

 

CONTINUA...

14:12 Scritto da: greensleeves86 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook